“Il sogno di un uomo ridicolo”

Da giovedì 3 a giovedì 17 aprile torna in scena al Teatro Out Off “Il sogno di un uomo ridicolo“, traduzione e adattamento di Fausto Malcovati e Mario Sala del racconto fantastico di Fëdor Dostoevskij scritto intorno al 1876. La regia di Lorenzo Loris, con l’interpretazione di Mario Sala (produzione Teatro Out Off), mette al centro dello spettacolo la necessità dell’utopia proprio in un momento in cui il presente, più che un sogno fantastico, sembra essere un incubo distopico.
Un uomo ripercorre la sua vita e le ragioni per cui si sente estraneo alla società del suo tempo. Ogni interesse, ogni impulso vitale sembra in lui ormai drammaticamente destinato a esaurirsi nel nulla, quando ecco che la svolta salvifica sembra presentarglisi in forma di sogno, suggerendo un’improvvisa quanto inaspettata opportunità di riscatto.
Il racconto decolla così insieme al suo protagonista, si sposta di piano e approda in altri mondi: le anguste pareti di una povera stanza in affitto esplodono letteralmente nello spazio, e una rivelazione di trascinante potenza si offre disinteressata agli occhi dell’uomo con la forza di una resurrezione per il suo corpo segnato dal dolore e dalla sconfitta.
La felicità sulla Terra può esistere, e cercarla non solo ha senso, ma è forse l’unica cosa che abbia senso fare: questo ci dice ancora oggi Dostoevskij. L’uomo ridicolo lo sa, l’ha vista e toccata con mano; il suo sogno gliel’ha inequivocabilmente mostrata. La sua condizione allora non gli è più di peso, e il tempo della sua vita diventa un tempo pieno di parole da regalare, di semplici verità da confidare, senza patemi, a chi, tra una risata e l’altra le vuole ascoltare.
All’improvviso accade che quest’uomo, afflitto dall’inutilità di essere al mondo, riprenda forza e vigore attraverso un sogno e ritrovi la volontà e la gioia di vivere. Decide di trasmettere agli altri la propria straordinaria esperienza, basata su una verità incontrovertibile, tanto semplice ed evidente da non essere vista: l’amore salverà l’umanità e ciò che la circonda. Questo è ciò che lo stravagante protagonista vuole comunicarci e, per questo, viene scambiato per un pazzo. In fondo, il testo di Dostoevskij sta tutto qui. La nostra scelta per rappresentarlo è stata radicale: abbiamo prosciugato ogni aspetto predicatorio, cercando di far emergere oltre che un valore religioso più universale, anche una visione profeticamente apocalittica del mondo contemporaneo su cui poter riflettere, filtrata però attraverso il candore e la simpatia del protagonista. Sulle tavole di un teatro in disarmo, in uno spazio svuotato, uno spazio destinato alla finzione in cui non c’è più niente da fingere, assistiamo al confronto fra uno strano individuo e le sue avventurose fantasie; una specie di clown, che vorrebbe svelare una verità importante a coloro che lo ascoltano ma non intendono prenderlo sul serio. Lui ne è cosciente e ne soffre. Ma in fondo non gli importa. Basta che il suo messaggio salvifico prima o poi raggiunga qualcuno e risvegli le anime morte delle persone che incontra. Se ponessimo, per un attimo, l’attenzione sulle piccole meschinità quotidiane che tutti noi commettiamo nei confronti degli altri, allora capiremmo quante volte perdiamo l’occasione di tendere una mano a un nostro simile in difficoltà per trasmettergli anche il più semplice gesto d’amore. L’egoismo, la corruzione, la malvagità non sono inevitabili, il Male non è insito nella natura umana; una nuova via è possibile, una nuova umanità, in pace con sé stessa e con la Terra, può nascere e prosperare. Dostoevskij sceglie, per diffondere “la lieta novella”, un uomo insignificante, un emarginato: proprio dai più umili può iniziare il riscatto. Lorenzo Loris, regista.
In questo testo affiora il grande tema dell’amore: l’uomo, ci dice Dostoevskij, è nato per amare, per dividere con i propri simili affetto, tenerezza, comprensione. E se siamo circondati da violenze, delitti, perversioni, guerre cerchiamo anche noi di far affiorare il sogno (forse, appunto, il sogno di un uomo ridicolo) di un’altra possibilità più umana, per noi umani. Troppo spesso ce ne dimentichiamo, anche noi travolti dal nostro quotidiano affanno: ma è così semplice un gesto d’amore verso chi ci sta vicino. Ecco quello che l’uomo ridicolo vuole predicare: amatevi. E lo prendono per pazzo. Non importa. Basta che il messaggio arrivi. Cadrà nel vuoto, forse. O germoglierà. E allora forse qualche frammento dell’età dell’oro si realizzerà su questa nostra terra così desolata. La bellezza salverà il mondo, ci dice Dostoevskij ne “L’idiota”: non è la bellezza esteriore, è una bellezza interiore che nasce dall’amore. Fausto Malcovati