Scienza e Tecnologia

L’Italia e la sfida dell’intelligenza artificiale: trasformare la promessa europea in realtà industriale

Ormai è sotto gli occhi di tutti: l’intelligenza artificiale non è più una promessa di un futuro lontano, ma è una corsa economica, politica e industriale attuale che l’Europa non può permettersi di perdersi.

L’Italia, in questa, vuole occupare un ruolo rilevante e vuole partecipare promuovendo un’IA più comprensibile per cittadini e imprese, più allineata alle regole europee e, soprattutto, capace di trasformarsi in una vera industria.

Alla ricerca di un’IA europea che si capisca e si possa governare

Meglio mettere le cose in chiaro fin da subito: è difficile che l’Europa riesca a vincere questa battaglia copiando il modello degli Stati Uniti o della Cina poiché non ha abbastanza potenza economica o di calcolo; il suo margine di manovra si trova altrove: nella costruzione di un’intelligenza artificiale fatta di regole, trasparenza, formazione e che metta al centro del suo funzionamento maggiore equilibrio nel rapporto tra innovazione e diritti.
È questa l’idea che l’Italia cerca di mettere al centro del dibattito europeo.

Il concetto di alfabetizzazione all’intelligenza artificiale sta iniziando ad avere sempre più peso: non parliamo più soltanto di formare esperti, programmatori o profili tecnici ma si tratta anche di poter educare all’utilizzo consapevole dello strumento dipendenti pubblici, dirigenti, PMI e utenti, per permettere loro di convivere con sistemi capaci di decidere, raccomandare, automatizzare processi o modificare il modo in cui vengono erogati i servizi.

Tutto questo permetterà in contemporanea un miglioramento dell’esperienza utente grazie alla potenza di calcolo e agli algoritmi che regolano questi strumenti, gli stessi che ad oggi riescono a fare la differenza in contesti diversissimi tra loro come la logistica commerciale o il calcolo dinamico della probabilità blackjack nelle piattaforme di intrattenimento interattivo.

È qui che emerge uno degli aspetti più interessanti dell’approccio italiano.
Prima di riempire amministrazioni e aziende di strumenti di IA, bisogna sapere che cosa fanno, quali rischi comportano e quali limiti devono avere.

La grande sfida è trasformare il talento in industria

L’Italia ha ricerca, università, centri tecnologici e startup con la capacità di competere.

Il problema, come accade in buona parte d’Europa, arriva quando quella ricerca deve fare il salto verso il mercato, crescere, attirare investimenti e trasformarsi in imprese solide, con una reale forza internazionale. La strategia italiana punta proprio a alterare questo collo di bottiglia migliorando la qualità delle industrie di assorbire le conoscenze senza che queste fuggano fuori dall’Europa.

In questo senso la Pubblica Amministrazione può avere un ruolo più importante di quanto spesso si riconosca: può agire come primo cliente, come spazio di sperimentazione e come motore della domanda per soluzioni di IA applicate a pratiche burocratiche, gestione documentale, servizi sanitari, mobilità o efficienza amministrativa.

L’AI Act mostrerà chi era preparato e chi improvvisava

La chiusura di questa storia ha molto a che fare con la regolamentazione: l’AI Act europeo non è più una teoria lontana né una pratica rimasta in sospeso negli uffici ma è uno strumento regolatore che sarà in grado di spostare le masse di utenza secondo necessità.

Il suo calendario di applicazione è ciò che obbligherà imprese e istituzioni a rivedere come utilizzano l’intelligenza artificiale, quali sistemi hanno già attivi, quali rischi presentano e quali responsabilità devono assumersi.

Sarà necessario inventariare gli strumenti, classificare i livelli di rischio, documentare i processi, garantire la supervisione umana e coordinare la conformità con altre norme europee quando entrano in gioco dati personali, cybersicurezza o servizi essenziali, uno standard di trasparenza digitale che rafforza la fiducia del consumatore e che viene già applicato con successo sia nel commercio elettronico sia negli ambienti sicuri di un casino moderno.

La parte più delicata riguarderà le aziende che non sviluppano modelli propri, ma che integrano quelli altrui all’interno dei sistemi più sensibili come risorse umane, assistenza clienti, logistica, credito, marketing o gestione interna: la regolamentazione qui va rispettata in maniera estremamente attenta, pena generare guai a cui poche aziende poi posson realmente contrastare.

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